La fedeltà alla maglia. Lo sfogo di un vecchiaccio #PlaySubbuteo #Subbuteo

La fedeltà alla maglia. So bene che qualcuno a leggere questo titolo si infastidirà. Roba vecchia, roba da altri tempi. Mi dirà di guardare al calcio di oggi. Laddove giocano calciatori che per tutto il campionato tirano su la loro maglia per baciare lo scudetto della squadra di cui portano i colori, di fronte a dei tifosi trattati come imbecilli, mentre il loro procuratore sta trattando per farli passare magari proprio alla squadra rivale cittadina.

Molti calciatori se ne vantano di questo. Dicono di essere professionisti, di giocare per chi li paga di più o gli garantisce condizioni migliori. Pensate ad uno, un campionissimo, come Ibrahimovic, che almeno è onesto, non ha mai fatto pensiero di pensarla così, lo ha sempre detto apertamente.

Ma non è solo questione dei calciatori e della loro deontologia (in quei rari casi in cui esiste), è una questione relativa a quello che oggi, semplificando, viene definito “calcio moderno”, opposto ad un “calcio antico” che certe volte però dubito sia mai esistito. I primi scandali per il calcio scommesse che mi ricordo io, classe 1963, sono usciti fuori quando ancora gli sponsor, la pubblicità, l’invadenza della finanza e delle televisioni, erano molto al di là da venire. I medici sociali che dopavano i propri assistiti… ancora prima.

Io dico sempre che è questione prima di tutto di persone. Quindi occorre stare attenti, attentissimi, a “beatificare” un tempo, un periodo, una stagione.

Certo, oggi esiste uno strapotere dei soldi, dell’economia, del marketing nei riguardi del calcio come di ogni altro spettacolo. Riguarda principalmente il calcio di vertice, ma non soltanto quello.

Ricordo un caso recente che ha fatto epoca. I Bluebirds, la squadra gallese del Cardiff (che gioca però nel campionato inglese), ref. 2 del catalogo Subbuteo, i cui tifosi sono chiamati The Blues, i cui striscioni, bandiere, maglie sono da sempre di quel colore, i cui inni cantano il cielo ed il mare, il blu e l’azzurro.

Arriva il nuovo padrone orientale, porta denaro, soldi, investimenti, ma decide che dal giorno dopo la squadra deve vestirsi di rosso! Di rosso, capite? Il colore dei loro acerrimi nemici, il colore degli altri… Come se io mi mettessi a giocare sul panno con la ref. 2 e dicessi che sto giocando con la ref. 1. Non si fa, c’è un limite a tutto, anche nel calcio da tavolo.

Ma il nuovo padrone si impone ed il Cardiff passa da maglia blu e calzoncini bianchi a maglia rossa e calzoncini neri, dalla rondine che vola nel cielo al drago che sputa fuoco. Tifosi inferociti, ma non c’è nulla da fare, altrimenti lo sponsor ritira i soldi.

La storia del Cardiff per fortuna ha avuto un lieto fine, la storia del rosso è andata avanti solo dal 2012 al 2014, poi i gallesi sono tornati al loro storico blu, Malaysia o non Malaysia, lo sponsor si è alla fine mostrato ragionevole, ma la storia ha fatto epoca.

E non è la sola, pensate alle squadre marchiate Red Bull, tutte uguali, tutte bianche e rosse. I tifosi? Chi se ne importa, basta vincere e si metteranno il cuore in pace (e spesso purtroppo è così).

E pensate che ci sono squadre che cambiano colori sociali un anno si e l’altro pure, altrimenti non hanno i soldi per giocare. Perchè i costi crescono assai più dei ricavi che entrano, specie se non sei una grandissima. E allora giù con seconde, terze e quarte maglie, che magari non indosserai mai, di colori che con la tua storia, con la storia delle tua città, del tuo gruppo non ci azzeccano nulla, ma ti servono solo e soltanto per fare cassa…

Spesso ricevo richieste di informazioni su questa o quella maglia. Non sempre è così facile rispondere. Specialmente ai più giovani appassionati di calcio e di calcio da tavolo, perchè loro questa fase per cui non ti innamori solo di quella squadra, ma anche dei suoi colori, di come si presenta in campo, del suo stemma, non l’hanno mai vissuta, non la conoscono proprio.

E non certo per colpa loro, figli delle Playstation e delle Pay-TV, che spesso neppure riescono a tenere il conto di quando la loro squadra gioca e con chi. Perchè non lo decide neppure la società, lo decidono sponsor e televisioni. E cambiano ogni volta che fa loro comodo, che possono fare più audience, più ascolti, più incassi pubblicitari.

Una volta giocare per la maglia della propria Nazionale era un onore. Oggi è solo un modo per spuntare un ritocco del contratto con il club ed i propri sponsor personali l’anno dopo. Poi si fanno i soliti, triti, ragionamenti vuoti sullo scarso attaccamento alla maglia della patria, sui calciatori che manco sanno l’inno ecc…

Spesso ricevo richieste di informazioni su questa o quella maglia, scrivevo sopra. Ecco, fermiamoci a quella. Perchè come scrivevo in una risposta via email alla fine è soprattutto quella che conta. Oggi sono pochissime, si contano sulla punta delle dita, le squadre che sono fedeli alla propria maglia storica, ai propri colori. Mi vengono in mente le due di Glasgow, i Rangers ma soprattutto il Celtic, che praticamente non l’hanno mai cambiata, se non nei piccolissimi dettagli; anche il Queens Park, sempre di Glasgow, l’Athletic di Bilbao.

Perchè sono tutti casi in cui la maglia di calcio non è solo una maglia di calcio. E’ tifo, è passione, è identità nazionale o di gruppo… solo in questi casi resiste. Provate a dire ad un tifoso dell’Athletic o del Celtic, perchè l’anno prossimo non cambiamo? Così ci danno più soldi? Provateci, così ci divertiamo… noi che guardiamo, non voi che chiedete. Provate a dire ad uno della Kop, il giorno in cui si gioca con i Toffees, di usare una sciarpa blu, però con i risvolti rossi… provate per credere.

Sono tutti casi in cui la divisa rimane il valore che è, ed è uguale per il giocatore e per il tifoso. A volte, è il caso di Bilbao, più volte da me conosciuta e visitata, per la città tutta in cui quella squadra gioca.

In questi casi rammentati è proprio tutta la divisa ad essere “sacra”, da preservare, fattore di identità. Più spesso (è il caso del Cardiff di cui sopra ma della maggior parte delle squadre di calcio), sono i colori sociali in genere, a volte anche il loro equilibrio (ovvero ce n’è sempre uno predominante ed uno no).

Calzoncini e calzettoni oggi cambiano per il gusto di cambiare. Una volta erano più o meno sempre gli stessi. I calzoncini spesso si mutavano per esigenze televisive, quando non c’erà il colore nella televisione (ebbene sì, sono tra quelli che per tanto tempo hanno visto la tv solo in bianco e nero, un vecchiaccio che non aveva il telecomando ma doveva prima accendere lo stabilizzatore e poi l’apparecchio televisivo…). Oggi non so perchè li cambino, che si vedono in primo piano pure i brufoli o gli sputacchi del calciatore di turno.

Ho schierato sul campo, oggi, Hamilton e Barnet, ref. 20 e ref. 35. Le guardo ed anche se so che oggi il Barnet gioca sempre in arancio e nero, spesso tutto in nero e con dettagli arancio, che non ci si capisce più nulla (l’Hamilton no, gli scozzesi in genere sono molto più fedeli alle loro tradizioni, si limitano ad impecettarle con i marchi degli sponsor le loro maglie, e manco tutte, ci stanno attenti), per me quelle sono Hamilton e Barnet. Non altre.

Non mi piacciono le squadre in decals, persino le squadre per il gioco agonistico che ho, il West Ham, il Brasile, il Real, lo United, sono perfetti cloni delle vecchie ref. Subbuteo. Non sopporto le pubblicità, gli sponsor, le televisioni…

Si, sono proprio un vecchiaccio. Luca, sei proprio un vecchiaccio.