De valore amicitiae #PlaySubbuteo #Subbuteo

Non preoccupatevi, non scriverò in latino. Anche perché questo post in particolare ci tengo, e molto, che lo capiate. Vale assai più di quello che ci scrivo dentro.

Il titolo latino si tradurrebbe in italiano moderno: “Il valore dell’amicizia”. E fin qui, tutto tranquillo. Trovatelo un po’ uno che lo nega questo valore. Ma, vi dico, è assai più difficile da trovare un amico vero.

Gli amici veri, lo dice anche la Bibbia, lo dice Gesù nel Vangelo, sono cosa rarissima. Specie se tu, ad un certo punto ti trovi in difficoltà, in pericolo, financo a rischio della tua stessa vita. Allora, solitamente, la maggioranza di quelli che si dicevano tuoi amici spariscono…

Lo rimarca l’apostolo Paolo nella lettera ai cristiani della mia città, ai Romani: Ora, a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. 

L’amicizia ha bisogno di fondarsi su dei valori forti. La fede in Cristo, che è morto per te ed anche per il tuo amico, è il fondamento più grande che possa avere un’amicizia, se è vera.

Così, fondata sulla fede cristiana dei loro parenti, in particolare dei loro genitori, fu l’amicizia fra i giovani Amis e Amile, in italiano rinominati Amico ed Amelio.

Le versioni della loro storia sono diverse, vi racconto il mio personale sunto di tutte queste.

Amis ed Amile erano figli di due diversi nobili francesi, Amis figlio del conte di Bernia, ed Amile figlio del conte di Avergna. I due conti non si conoscevano, ma i i figli nacquero lo stesso giorno, alla stessa ora. Ed entrambi i loro genitori furono “ispirati” a portare i loro bambini a Roma, perchè fossero battezzati dal Papa.

Si racconta che si incontrarono a Lucca, quando avevano tre anni, e qui i genitori scoprirono che i loro figli erano praticamente identici nelle fattezze, nei tratti del viso, nel colore degli occhi e dei capelli, a tal punto che sembravano gemelli. Insieme arrivano a Roma, ed il Papa, vista la grande fede dei loro genitori, regala ai fanciulli un prezioso calice.

Tornano in Francia, ma dopo quindici anni entrambi si decidono a partire per ritrovarsi e, ritrovatisi, si mettono a servizio del re Carlomagno, di cui divengono valorosi paladini. Giurano fedeltà uno all’altro.

Un giorno Amile, vittima di un intrigo di palazzo, si ritrova ad essere accusato di aver sedotto la figlia del Re. Ed in realtà lo aveva fatto. Viene sfidato a duello dal suo accusatore. Amis si offre di combattere al suo posto, anche se ammonito da un angelo a non dichiarare il falso.

Amis vince il duello, Amile riprende il suo ruolo e prende con sè Belisenda, la figlia del Re, che poi dà in sposa all’amico che aveva combattuto per lui. Questo però viene punito dall’angelo di Dio per la falsa testimonianza e si ammala di lebbra. Viene cacciato dalla reale moglie ed inizia a vagare come pellegrino tra la Francia e Roma. Alla fine incontra di nuovo Amile ed i due si riconoscono grazie al calice che era stato donato loro dal Papa il giorno del loro battesimo.

L’angelo appare in sogno stavolta ad Amile e gli dice come curare Amis. Avrebbe dovuto sgozzare i suoi due figli e versare il loro sangue sulle piaghe dell’amico. Amile obbedisce all’angelo, Amis guarisce ed i suoi due figli, come nella storia biblica di Isacco, in realtà non muoiono e tornano in vita.

Amis ed Amile, Amico ed Amelio partono pellegrini per la Terrasanta come segno di penitenza, poi tornano in Italia e si ricongiungono con l’esercito dei Franchi e di Carlomagno che stava muovendo guerra al re longobardo Desiderio. Entrambi partecipano alla battaglia decisiva del 773. Compiono grandi gesta, vengono onorati come valorosi, ma entrambi trovano la morte in quell’occasione.

Amis ed Amile a fianco della Vergine Maria che indica loro il Bambino Gesù come Via da seguire

La battaglia tra gli eserciti di Carlo Magno e di Desiderio passò alla storia per il numero dei morti; si dice che perirono in essa 44.000 longobardi e 33.000 franchi. Tanto che la città vicino, che all’epoca era chiamata Pulchra Silva, ossia Silva Bella, passò a chiamarsi Mortis Ara, ovvero Altare in onore dei morti, contratto poi in Mortara (il nome che ancora oggi porta).

Carlo Magno, addoloratissimo per averli persi, comanda la loro sepoltura nelle chiese vicine di Sant’Eusebio e di San Pietro, fuori le mura cittadine. Ma il giorno dopo le loro esequie, la sorpresa, o se preferite il miracolo. Entrambe le sepolture vengono ritrovate nella stessa chiesa, Sant’Eusebio, una accanto all’altra.

In seguito al prodigio Carlo Magno fece grandi donazioni perchè venisse edificata in quello stesso luogo una grande abbazia intitolata a sant’Albino di Angers, uno dei santi protettori di Francia più onorati nel Medioevo.

B4 DRONE – Abbazia di S. Albino – Mortara (PV)

L’abbazia di Sant’Albino, appena fuori Mortara, divenne il nuovo ospitale, ossia luogo di accoglienza dei pellegrini che percorrevano la Via Francigena. Dal 1996 l’Abbazia è proprietà del comune di Mortara.

Nel 1928, l’allora parroco Luigi Dughera, eseguendo dei lavori sotto l’altar maggiore, vi trovò sepolta un’urna di legna con delle ossa.

Gli esami di queste, effettuati dall’Istituto di Medicina Legale dell’Università di Pavia e, con il test del carbonio-14 dal MIT di Boston (USA) hanno stabilito che risalgono all’epoca in cui venne effettivamente combattuta quella famosa battaglia. Le ossa dei due amici, più che fratelli, fino ed oltre la morte, sono ora custoditi nella navata destra dell’Abbazia.

Bella tutta questa storia, direte voi, ma cosa c’entra con il Subbuteo? C’entra moltissimo, per via del fatto che a Mortara vive uno dei più vivaci club della nostra Italia. Dove i membri, i soci, chiamateli come vi pare, sono prima amici e poi conclubbini. Dove l’amicizia la fa da padrona, prima di qualsiasi agonismo, voglia di primeggiare, piccolo egoismo che, come è inevitabile che sia, sorge in ogni tipo di aggregazione umana, club di Subbuteo compreso.

Oh, intendiamoci, non è che Mauro Starone ed i suoi siano santi, nel senso di perfetti. Nemmeno Amis ed Amile lo erano in quel senso. Fecero i loro sbagli, ci racconta la storia, e li pagarono, e pure cari, ma mai vennero meno alla loro amicizia, alla loro reciproca promessa di fedeltà, alla loro voglia di aiutarsi uno con l’altro.

Nemmeno chi scrive é santo, anzi. Però si sente unito agli amici di Mortara da questi stessi valori e dalla voglia di perseguirli. Valori forti, come lo sono per me, chiunque mi conosce lo sa, il valore della fede, del pellegrinaggio, del camminare assieme, del voler crescere assieme, con e mai contro o a scapito di qualcun altro.

Non è esagerato, credetemi, scrivere di queste cose in un blog dedicato agli appassionati di Subbuteo e di Calcio da Tavolo. Perchè il gioco ha questo valore, ha il valore dell’aggregazione, ha il valore del mettere insieme, ha il valore dell’imparare l’uno dall’altro, ha il valore di mettere in comune le proprie capacità. A livello spicciolo, c’è chi dipinge e chi fa le scatole, chi racconta storie e chi dà loro vita, chi applica decals, e chi , semplicemente, si bea nel vedere la felicità altrui. E c’è anche chi non sa far nulla di tutto questo, ma si sente accolto, amato, a casa sua anche quando ne è lontano.

Come dicono a Mortara?

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